venerdì 24 settembre 2010

“Sangue di cane” (Laurana) di Veronica Tomassini

“Cosa ci rende infelici? Se lo chiederanno mai i randagi? No, loro seguono la via, immersi in una notte cieca, coperti solo da un dolore erico” (L’aquilone, Veronica Tomassini)

Veronica Tomassini, giornalista, siciliana, ma di origine umbra, ha pubblicato “L’aquilone” (Emanuele Romeo, 2002); “Outsider” (A&B editrice, 2006); “La città racconta. Storie di ordinaria sopravvivenza” (Emanuele Romeo Editore, 2008). Da pochi giorni è in libreria “Sangue di cane” della neonata casa editrice Laurana, nata da un’idea di Calogero Garlisi, l’amministratore delegato di Melampo.

Sei “circocentrica” nelle idee, e slavofila (senza scuse, dici tu). Dicci che significa e parlaci di te.

Circocentrica non vuol dire nulla per la verità, è una descrizione ironica, giocosa, che ho usato sul profilo di facebook (di quella diavoleria di facebook). Di me non posso dire molto: scrivo per mestiere e perché l’ho sempre fatto. Sono una slavofila perché i miei gusti musicali, le mie letture, certi registi che ho amato, arrivano da quel promontorio. Ho amato la letteratura russa, mi ha condizionato forse, continuo a riconoscere il valore assoluto del realismo di Gogol, dei suoi eroi capovolti, umiliati e offesi, del parodosso del dramma dei diseredati, su cui poggiava il suo sguardo lucido e una risata stridula, diceva Prampolini, mentre il lettore soffocava per l’amarezza e la malinconia.

In “Sangue di cane” c’è la Sicilia e c’è la borghesia. Che Sicilia è ? E che borghesia è?

C’è una Sicilia poco frequentata, la più meticcia, la più distratta. Questa Sicilia ha perso i suoi connotati e alla trama non concede cliché. Non esiste la borghesia, è una classe scomparsa da un pezzo, in Sicilia più che mai. Niente a che vedere con atmosfere e interni da trazzere e pale di fichi d’india, tipici di una certa tradizione letteraria meridionalista. Nel romanzo non c’è una denuncia valida, potente in questo senso, uso forse impropriamente l’aggettivo borghese (che mi fa pensare al neorealismo, sarebbe più opportuno collocarlo lì, in seno ad un romanzo di Moravia, nei modi e nei toni dell’eterna Andreina de Le ambizioni Sbagliate); invece che borghese avrei potuto intendere “il mondo giusto”, perbene, educato. La Sicilia offre un pretesto formale, globalizzata e anonima.

È anche la storia di un amore impossibile, ma vero. Che si intreccia con il tema dell’immigrazione e dell’integrazione. Dove “l’altro” è la giovane ragazza italiana che viaggia da una vita a un’altra.

Una giovane donna di buona famiglia che si innamora di un uomo polacco, senza fissa dimora. E sarà l’abisso.

Perdere ogni cosa, immergersi dimenticando quello che si è, per poi rinascere, forse. C’è speranza in questo tuo romanzo?

L’amore è speranza, pure pretendendo il suo vincolo di vassallaggio. Una condizione nobile ed elevata che deve espiare, dopo aver guarito, salvato, edificato.

C’è l’idea di una Volontà superiore negli eventi del tuo romanzo. Che rapporto hai con la fede, con le religioni?

Se non Dio chi era Colui che reggeva la fronte al becero, che sollevava le braccia inutili di un barbone senza stomaco, sepolto dai suoi escrementi, che raccoglieva nella sua preziosa otre il sangue dell’empio, bruciato dall’abiezione? Chi era Colui che asciugava le lacrime dell’accattone malato di alcol e di solitudine in una stanza di ospedale? Io lo chiamo Padre.

“Credo che la scrittura debba fare male, scoprire i nervi e provocare cortocircuiti. Gli scrittori sono troppo indulgenti con il mondo intorno, cercano la fama e il profitto, una fetta di torta qualsiasi. A me interessa illuminare zone di buio, con le mie storie, i miei personaggi, il mio stile. Dentro quel buio ci sono anch’io, ci siamo tutti noi.” Luigi Bernardi. “Voglio una letteratura perturbante e non consolatoria” Wu Ming 1. Che ne pensi? Cosa vuol dire “far male”, “perturbare”? E’ quello che vuoi?

Non lo so, magari è così, molto scaturisce da un dolore esistenziale o da una noia esistenziale, ma non posso dire se questo sia il punto; a volte sento la scrittura vicina ad una grande nostalgia. La scrittura arriva da un luogo misterioso, dove ogni voce si è già incontrata.

Cosa senti di questo “luogo misterioso”? Come ti arrivano le storie, le parole, i colori, le persone e gli odori che poi riesci a mettere nelle tue righe?

Ripeto, non è traducibile. Le cose sono lì, bisogna lasciare che affiorino, come i narcisi sul pelo dell’acqua.

Come sei arrivata a pubblicare questo tuo quarto libro? Quale è la tua storia di scrittore?

Sono arrivata a questo libro grazie al lavoro generoso di talent scout dello scrittore Giulio Mozzi. Aveva letto le mie cose precedenti, venne a Catania apposta. Mi disse: “adesso devi scrivere la storia che si nasconde dietro tutte le altre; adesso è arrivato il momento”. Così è stato. Giulio Mozzi mi ha sostenuto fino ad oggi, fino a Laurana, continua a farlo, i suoi consigli sono preziosissimi. Inoltre devo dire grazie a Marco Travaglio che ha letto il romanzo, quando non aveva ancora un editore; gli sembrò molto forte e lo propose in lettura a Calogero Garlisi, già fondatore di Melampo (casa editrice specializzata in saggistica). E’ stato un bel gesto da parte sua. Garlisi invece mi sembra di conoscerlo da sempre, così positivo, così entusiasta. In un battito ha fondato una nuova casa editrice, la Laurana, investendo nel mio romanzo. Poi c’è Gabriele Dadati, editor e infallibile ufficio stampa di Laurana (giovane e bravo scrittore), e il grafico Daniele Ceccherini. E infine ci sono gli altri ottimi autori, già in catalogo: Massimo Cassani (“Un po’ più lontano”), Marco Bosonetto (“Nel grande Show della democrazia”), Antonio Pagliaro (“I cani di via Lincoln”). Sono stata fortunata, ho incontrato le persone giuste, giuste e generose.

Cosa stai leggendo? C’è un libro che ti ha molto colpito recentemente?

Sto leggendo Cesare Pavese, “Prima che il gallo canti”. Nella ristampa del 1974, è un Oscar Mondadori.

martedì 21 settembre 2010

mercoledì 7 luglio 2010

GIALLONOIR - BRIVIDI D'ESTATE: TRE VENERDI’ ALL'INSEGNA DEL GIALLO E DEL NOIR

La Libreria Azuni presenta:
"GIALLONOIR - BRIVIDI D'ESTATE: TRE VENERDI’ ALL'INSEGNA DEL GIALLO E DEL NOIR"
piccola rassegna letteraria che da venerdì 16, per tre venerdì consecutivi, vedrà alternarsi tre scrittori:
Sergio Paoli (16 luglio), Marilù Oliva (23 luglio), Gianfranco Cambosu (30 luglio)


Tutti gli incontri si svolgeranno presso la Libreria Azuni (Viale Mancini, 15 - Sassari) alle 19.00

Venerdì 16 luglio - incontro con SERGIO PAOLI

Sergio Paoli - Ha 45 anni, è nato a Viareggio e vive in provincia di Lecco. Laureato in economia, lavora come Quadro aziendale. Scrittore autodidata, ha finora pubblicato la raccolta di mini-racconti noir e surreali "Rumori di fondo e i due romanzi "Ladro di sogni" e "Monza delle delizie".

"Monza delle delizie"
- La facciata scintillante di vetrocemento: un palazzo, un centro direzionale, un'azienda. Una macchina da soldi. Manager in gessato, segretarie eleganti e la forza di vendita che pompa business. Oggi come oggi, il massimo. Ma anche un mondo dove tutti imbrogliano le carte. Dove conti solo se sei funzionale al gioco. Una inquietante vicenda ambientata nel mondo dei manager e delle grandi aziende.

"Ladro di sogni" - In una periferia milanese grigia e senza speranze, il vicecommissario Marini è il protagonista di una storia avvincente. Scopre un Paese semplice dove riemergono antichi razzismi, paure primordiali alimentate dalla propaganda, nuovi fascismi e xenofobie. Sullo sfondo, come sempre, qualcuno pesca nel torbido...

Venerdì 23 luglio - incontro con MARILU' OLIVA

Marilù Oliva - Bolognese, insegna lettere. Scrive per Thriller Magazine, Carmilla, Sugarpulp, Milanonera. Nel 2009 è uscito per Perdisa Pop il suo romanzo d’esordio, "Repetita", che è arrivato finalista al Premio di Letteratura Gialla di Camaiore e ha ottenuto notevole riscontro di pubblico e critica. Il suo secondo romanzo è "¡Tú la pagarás!" (Elliot Edizioni)

"Repetita"
- Lorenzo Cerè cerca il riscatto da un'infanzia di solitudine e abusi. Il sesso è per lui un lenitivo in un'esistenza che brucia,mentre il passato continua a colpirlo sottoforma di terribili emicranie e nevrosi. Lorenzo conosce la Storia, conosce gli uomini, i loro crimini, e s'ispira a loro per ideare i suoi omicidi. Lorenzo Cerè è un assassino metodico, inflessibile e preciso, ma non ha calcolato le eccezioni, e la più grande eccezione è lei, la dottoressa Malaspina che lo aspetta in uno studio psichiatrico...

"¡Tú la pagarás!" - Una giornalista soprannominata la Guerrera, il suo pseudo fidanzato trovato morto, un ispettore che si trova a doversi confrontare con il mondo delle serate latinoamericane, tra persone che si fingono cubane e ballerine sensuali, sono i protagonisti di un giallo che svela i misteri e il fascino del mondo della salsa.

Venerdì 30 luglio - incontro con GIANFRANCO CAMBOSU

Gianfranco Cambosu - Nuorese, classe 1966. Insegnante di lettere. Ha partecipato a diversi premi letterari, risultando vincitore di uno e finalista di altri. Nel 2006 è uscito il suo primo romanzo, "Menzogna dell'arca"(Ennepilibri). Nel 2009 pubblica invece "Pentamerone barbaricino" per Fratelli Frilli Editori. E' anche autore di testi teatrali.

"Pentamerone barbaricino" - In un paesino della Barbagia si tenta il "colpo della vita", ma qualcosa va storto. Un fuoco incrociato, un fiume di sangue, e dentro la banca si ritrovano in quattro: i rapinatori Tinteri e Cadena, un imbelle impiegato e una distinta dottoressa. Passano le ore e, mentre il mondo esterno si dimostra sempre più indifferente al fatto, nei cinque giorni di "assedio" i protagonisti si confessano: i "banditi" narrano di pastorizia, faide e sangue, la donna di mistero e satanismi. Il finale a sorpresa svelerà l'arcano di questo "romanzo criminale" originale, avvincente e amaro.


La Libreria Azuni di Sassari è da circa vent'anni uno dei maggiori punti di riferimento cittadini per quanto riguarda i libri scolastici e i testi universitari ed è la prima libreria specializzata in fumetti della provincia.
Ha recentemente aperto ha aperto GialloNoir, un ulteriore settore di specializzazione, primo in Sardegna per qualità e quantità, dedicato interamente alla narrativa gialla, noir, thriller e poliziesca.
La Libreria Azuni è promotrice di una serie di attività e iniziative di divulgazione legate al fumetto, fra le quali spicca il Fumettinfestival, dedicato alla presentazione di autori e addetti ai lavori e giunto a circa venti edizioni.
Fino ad ora sono stati ospiti di GialloNoir: Paola Barbato ed Elias Mandreu.

GialloNoir, un intero settore specializzato in narrativa gialla, noir, thriller, hard-boiled e poliziesca, pulp, spy. Il primo in Sardegna per quantità e qualità e praticamente unico anche a livello nazionale. Più di 5000 titoli di tutte le più importanti Case editrici e delle piccole ma preziose realtà editoriali indipendenti. Autori italiani e di tutto il mondo, oltre a un piccolo settore nel settore che raccoglie una selezione di titoli gialli dedicati ai bambini e ai giovani adulti. Inoltre, presso GialloNoir è possibile trovare il meglio della free-press dedicata al genere (Milanonera, Genova Nera) e una selezione delle migliori riviste letterarie del panorama italiano.

Libreria Azuni

Viale Mancini n.15 - Sassari

tel: 079 233.454
libreriaazuni@gmail.com

http://www.facebook.com/libreriaazuni

martedì 6 luglio 2010

Prossimi appuntamenti "balneari" con MONZA DELLE DELIZIE

Sabato 16 luglio, ore 19, LIBRERIA AZUNI, con Emiliano Longobardi

Sassari, Viale Mancini n.15
tel: 079 233.454
libreriaazuni@gmail.com



Sabato 7 agosto, ore 18 a Lido di Camaiore (LU), in passeggiata
(seguiranno indicazioni), con Giuseppe Previti

giovedì 1 luglio 2010

MONZA DELLE DELIZIE SU MILANO NERA

martedì 8 giugno 2010

Prossimi appuntamenti per MONZA DELLE DELIZIE

Dopo le belle presentazioni di Stresa il 30 maggio, con Bruno Morchio e Lilli Luini e di Genova il 1° giugno, con Maria Teresa Valle, i prossimi appuntamenti sono:

19 giugno ore 21, Libreria del Corso in Corso SanGottardo a Milano, per MILANO IN BIONDA 2010.

26 giugno ore 19, Osteria del Portone, via Conciliazione 27 a Melegnano (MI), per MELEGNANO NOIR.

A presto.

martedì 25 maggio 2010

"Monza delle delizie" a "Giallo Pistoia" - TVL - 1 maggio 2010

Giallo Pistoia è una trasmissione di TVL, curata dagli Amici del Giallo di Pistoia e condatta da Stefano Fiori e Giuseppe Previti. La puntata del 1° maggio 2010 mi ha visto ospite con il mio secondo romanzo "Monza delle delizie - storia di poteri e malaffari" (Frilli Editori)


parte 1/7


parte 2/7


parte 3 di 7


parte 4 di 7



parte 5 di 7


parte 6 di 7


parte 7 di 7

martedì 18 maggio 2010

Maurizio De Giovanni, autore de "Il posto di ognuno" (Fandango)

Maurizio De Giovanni è nato nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Nel 2005, con un racconto ambientato nella Napoli fascista degli anni Trenta che ha per protagonista il commissario Ricciardi, vince il premio nazionale Tiro Rapido, riservato a giallisti emergenti. Lo stesso personaggio diviene poi il protagonista di un romanzo edito da Graus nel 2006, "Le lacrime del pagliaccio". Lo stesso romanzo viene successivamente edito dalla Fandango Libri di Domenico Procacci, col titolo "Il senso del dolore". Sono usciti poi "La condanna del sangue" e "Il posto di ognuno".

Benvenuto su questo blog Maurizio. Hai creato un personaggio, il commissario Ricciardi, che i lettori amano sempre di più. Lui indaga sui sentimenti, sulle emozioni, sulle sensazioni. È così? Da dove nasce, come ha preso vita questo personaggio?

Ricciardi nasce per puro caso al caffè Gambrinus, in occasione della mia partecipazione ad un concorso indetto dalla Porsche nel giugno del 2005, al quale fui iscritto da un gruppo di amici che, bontà loro, avevano previsto per me un futuro in ambito letterario. L’ambientazione liberty del locale, il caldo opprimente, una bambina che passava fuori in strada e che, sentendosi osservata, mi fece una smorfia: tutti piccoli elementi che fecero scattare dentro di me qualcosa. Non c’è niente di autobiografico: Ricciardi non mi somiglia, né fisicamente, a parte forse il colore degli occhi, né psicologicamente, essendo io estroverso e tutt’altro che taciturno. Fu piuttosto una scintilla di fantasia: forse condivido profondamente la sua percezione del dolore, la sua condanna a non poter voltare le spalle alla sofferenza, la sua partecipazione affettiva soprattutto nei confronti dell’infanzia e grazie a questa condivisione le alimento in maniera convincente, stando almeno a quello che mi dicono le persone che hanno la bontà di leggermi.


Ricciardi opera in un’epoca buia. Solo e disperato, è stato definito più volte. E le sue storie le apprezzano i lettori d’oggi, epoca certamente non luminosa. Perché “solo e disperato”? Perché viene apprezzato? C’è speranza in Ricciardi, se è vero che “dolore e ingiustizia sovrastano gli uomini”?

Ricciardi è irrimediabilmente solo, e perciò disperato, perché non ha scelta. La sua caratteristica fisica, insita nella sua stessa personalità, è infatti quella non poter evitare di essere testimone dell’ultima emozione, dell’ultima passione di chi lascia la vita per una morte violenta. Noi possiamo cambiare strada o canale, abbiamo telecomandi, giornali di gossip, possiamo fingere che il dolore non esista e possiamo evitarne le mille forme che troviamo sulla nostra strada. Ecco, Ricciardi è semplicemente un uomo normale ma privo di un telecomando; rappresenta quello che succederebbe a chiunque di noi non potesse evitare il dolore. Ed è proprio questo a renderlo solo in un’epoca e un regime in cui tutto deve sembrare perfetto senza esserlo. Epoca buia e sostanzialmente affine a quella in cui oggi viviamo, tutt’altro che luminosa.
Ma Ricciardi ha una possibilità: la finestra. In altre parole, la possibilità, peraltro da lui stesso negata, di condividere. Ecco perchè, a mio modo di vedere, il pubblico lo apprezza: se dolore e ingiustizia sovrastano gli uomini, la via di uscita può essere il rapporto con gli altri. E a mio avviso, ora come allora, la via non può essere che questa.

Ogni investigatore che si rispetti ha un secondo, un collaboratore fidato. Holmes aveva Watson, Adamsberg ha Langlard, Montalbano ha Fazio. Parlaci di lui.

Ti dicevo che Ricciardi non mi somiglia affatto. Viceversa, se dovessi scegliere il personaggio al quale mi sento più simile, direi Maione, il brigadiere che gli fa da spalla e che lo protegge a distanza.
Che è un uomo grande e grosso ed eternamente in lotta con la bilancia, come lo sono io. Ma soprattutto è un uomo semplice, che guarda i fatti senza preconcetti, con concretezza e disincanto e proprio per questo ne arriva all’essenza. Spesso non capisce i percorsi della mente e dell’anima di Ricciardi, ed è costantemente preoccupato per lui; ma non si chiede perché e lo segue, sempre e comunque. La fedeltà nell’affetto è per le persone veramente grandi, e io sono molto soddisfatto di questo personaggio.

Come prende vita un tuo romanzo? Come scrivi e perché scrivi?

Come oramai molti sanno, sono assai veloce nella redazione dei miei romanzi. In realtà, la trama nasce, tassello dopo tassello, nella mia mente, senza che io senta la necessità di mettere nulla per iscritto. Poi, all’improvviso, i personaggi si affastellano e comincio a visualizzare intere scene. A questo punto, devo scrivere. E scrivo, accorgendomi che molte delle vicende prendono una strada completamente diversa da quella che avevo immaginato. In buona sostanza, so chi è morto, dove e come, chi lo ha ucciso e chi può sembrare che lo abbia ucciso. Ma una volta che metto in scena i personaggi e li caratterizzo, è come se mi fossi limitato a dargli la corda: la direzione che prenderanno, e ti giuro che non è un vezzo, è assolutamente indipendente dalla mia volontà. Addirittura, alcune volte il loro carattere non corrisponde affatto a quello che avevo inteso dargli: proprio come succede come un figlio.

Penso spesso che un libro che racconta una storia debba essere come l’aprire al lettore una porta su un luogo dove che sceglie di entrare possa trovare qualcosa di sé, e metterci qualcosa di sé. Non una stanza tutta arredata, ma un posto aperto, dove si possa camminare, scoprire, e scoprirsi.

Mi dicono che i miei romanzi hanno diversi piani di lettura, e di ciò mi compiaccio: se è vero che per me gli stessi personaggi sono e devono essere in divenire, a maggior ragione mi piacerebbe che ogni lettore che si accosti al mondo di Ricciardi ne possa cogliere gli aspetti più vicini al suo particolare modo di essere e di vedere la vita.


“Il bene nasce dalle donne e a esse troppo spesso arriva il male.” L’hai detto tu. Parlaci dei tuoi personaggi femminili.

Il centro delle mie storie storia sono i sentimenti e le passioni, il cui territorio, all’epoca di Ricciardi come in ogni altra epoca, sono le donne. L’universo femminile, incomprensibile e ignoto al commissario, è il percorso necessario per comprendere l’emozione la cui genesi ha provocato il delitto. Il tema del primo romanzo è la prevaricazione e il possesso, una relazione che vede spesso vittime le donne; il secondo romanzo è basato sull’amore materno e filiale, rapporto tipicamente femminile; il terzo sulla gelosia, e mi sembra ovvio il legame di quest’emozione con le donne. In questo senso, il bene nasce dalle donne e a esse troppo spesso arriva il male.
Venendo ai miei personaggi femminili principali, Livia è una donna moderna, indipendente, abituata a ottenere senza sforzo quello che vuole, soprattutto in termini di uomini; ma è anche una persona che ha molto sofferto, che ha una scala di valori fortemente consolidata, che sa chiamare per nome un sentimento quando lo prova. Ha capito che il suo cuore vuole un sentimento nuovo, e vuole andare a fondo di un’emozione forte che prova ma che non riesce a incasellare. Enrica è una ragazza del suo tempo, dolce e romantica ma testarda e severa. Si è innamorata nell’unico modo che conosce, vuole una vita semplice e normale con l’uomo che ama, casa, famiglia, figli. Sente l’emozione di Ricciardi per lei, la riconosce e non capisce perché le cose non evolvano secondo le convenzioni che la sua società pratica da sempre. Però è determinata a fare tutto quello che le stesse convenzioni le impongono per conquistare la sua felicità. In realtà nel corso dei romanzi Enrica evolve verso Livia, acquisendo di lei la volontà e la voglia di superare gli ostacoli in nome della propria felicità e Livia evolve verso Enrica, sviluppando il desiderio del benessere e del rispetto verso la persona amata. Ma il mio personaggio femminile preferito è Rituccia, la cui storia ho dovuto comprimere nel mio secondo romanzo, “La condanna del sangue”, per motivazioni editoriali e alla quale mi sono sentito in dovere di dedicare un racconto che a detta di mia moglie è una delle cose migliori che abbia mai scritto (che ho avuto il piacere di leggere, ndr).

“Stiamo perdendo continuamente brandelli di memoria soffocati da esplosioni tecniche che ci spingono a perdere la nostra debolezza luminosa. Non dobbiamo essere schiavi delle comodità.” (Tonino Guerra). Che ne pensi?

Ho letto Tonino Guerra per la prima volta tanti anni fa e non l'ho mai dimenticato. Il suo "raccontare" era così profondo e nello stesso tempo così comprensibile e pervaso da un sottile umorismo, che ne ho fatto una sorta di icona. In questa frase c’è tutto: l’importanza del ricordo, i limiti del cosiddetto progresso, l’importanza dei sentimenti ancestrali. E’ unico, il suo richiamare l’attenzione sulla semplicità, diffondendo poesia e bellezza.

“Il nostro è l’unico tra i Paesi cosiddetti evoluti nel quale non esiste una rivista letteraria degna di questo nome, né un dibattito pubblico sui grandi temi culturali.” Come se ne può uscire?

Questo è un mio “pallino”: da quando ho raggiunto una certa notorietà, cerco sempre di portare il discorso sul tema, sperando di coinvolgere altri scrittori.
In realtà, in Italia regna l’individualismo più sfrenato, anche e soprattutto in ambito culturale. La sinistra, ritenendosi depositaria di ogni sapere, ha assunto una posizione snobistica, che separa inesorabilmente il sapere dalla nazione, mentre la destra si è rassegnata all’immagine incolta che la sinistra le attribuisce, e sembra perfettamente a suo agio in questo mondo di puffi, nani e ballerine. Ed è veramente un peccato, visto che a mio avviso la mancanza di sinergia rappresenta il più grande limite di questo Paese e della mia città in particolare, che evidenzia questa caratteristica deteriore in maniera esponenziale.
Spero nel mio piccolo di riuscire a fare qualcosa, cercando di coinvolgere quelli che la pensano come me, e considerato che in questo momento storico Napoli offre la più alta concentrazione di scrittori e artisti rispetto alle altre grandi città italiane, sono moderatamente ottimista.

Napoli. Le tue storie potrebbero svolgersi altrove, o solo lì?

Napoli è una città fatta a strati, come una cipolla. Nel tempo, nelle epoche, cambia solo la parte superficiale, quella che si vede dall’esterno; l’essenza, la realtà più profonda, rimane costante negli elementi fondamentali. La cosa dipende da una specialissima condizione topografica, unica per una grande città: il centro è compresso tra mare, montagna e colline, per cui la popolazione cresce in modo sedimentario. Non c’è divisione tra quartieri poveri e ricchi, il contatto è perenne e le difficoltà di questo contatto emergono costantemente. La città bolle come un brodo oscuro in una pentola, quello che è sul fondo risale e quello che è in superficie è destinato a ritornare sul fondo. In questo Napoli è uguale a se stessa, anni trenta come anni ottanta, dopoguerra come oggi. E le mie storie non potrebbero avere altro teatro, essendo il frutto di questo costante movimento.

Quale è il ruolo dello scrittore oggi?

Dello scrittore, non so. Per quello che mi riguarda, non credo di portare un messaggio: la mia è letteratura di evasione. Spero però di rappresentare un esempio per i giovani che si accingono ad intraprendere questo cammino: mai perdere la speranza, non piegarsi alle leggi del mercato, conservare una forte connotazione territoriale e non considerare gli altri come antagonisti, ma come occasione di crescita.

Monicelli diceva che era dura convincere sua moglie che quando stava alla finestra per ore e ora, stava lavorando. Tu come coltivi la tua fantasia?

Passo ore e ore alla finestra, o meglio per strada, visto che affaccio in un parco. Ma non ho bisogno di convincere mia moglie dal fatto che questa è l’unica ispirazione che conosco.

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